Hai detto Podcast?Racconti di nicchia per nostalgici radiofonici

 

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Non so bene quale sia stata la scintilla, ricordo solo che sentii parlare per la prima volta di Podcast quando acquistai il mio primo MacBook.

Dovetti creare il mio account iTunes e navigando fra le varie funzionalità mi imbattei in questa sezione, cliccai sopra con l’ingenuità e l’euforia di chi apre per la prima volta un cestino da picnic e si ritrova a pensare “chissà quali ghiottonerie ci troverò dentro?”.

Mi dettero subito l’impressione di essere dei programmi radiofonici, immaginai che fosse qualche puntata di chissà quale programma, di chissà quale radio che era stata registrata e offerta come contenuto extra nel magico mondo iTunes.

Distrattamente pensai “carino!” e poi mi lanciai nuovamente nel mio cesto da picnic virtuale, nella speranza di trovare qualcosa di più appetibile.

Non sono mai stata un’ascoltatrice radiofonica. Mi sembrava qualcosa di vecchio, di stantio che ormai aveva fatto il suo tempo.

A casa guardavamo soltanto la televisione mentre in macchina, io e mia mamma, che macinavamo ogni giorno una cinquantina di chilometri per arrivare a Milano dove io studiavo e lei lavorava, ascoltavamo musica nel peggiore dei casi oppure cantavamo a squarciagola nel migliore.

Capite quindi che non c’era posto nella mia vita per la radio. Perché dovevo ascoltare qualcuno del quale non conoscevo il volto e che non proponeva nulla di minimamente paragonabile all’uragano emotivo procurato da una canzone?

Passati gli anni di YouTube, poi di Instagram, poi dei blog e via discorrendo sono arrivata fin qua, con la mia identità comunicativa ben formata e tuttavia perennemente in divenire.

Ho sete di scoperta cado perdutamente innamorata di chiunque sia in grado di passare un messaggio, di qualunque cosa esso tratti, ben infiocchettato dentro il suo involucro/forma.

Ecco per esempio che sono andata letteralmente in brodo di giuggiole quando, dopo un manda-manda di consigli su Instagram, sono capitata sul blog di Enrica Crivello.

Ecco lei ha una potenza comunicativa da far venire i brividi. Leggere, guardare e più in generale fruire i suoi contenuti, mi ha scossa a tal punto da sentire la necessità di ridisegnare e riordinare tutta la mia vita.

I suoi messaggi hanno causato una reazione a catena che tutt’ora continua a sconvolgere il mio mondo. In bene.

Insomma lei nelle sue stories di Instagram consiglia spesso qualche Podcast assieme a tante altre cose che no, quelle a dir la verità non catturano molto il mio interesse.

Ma questa cosa dei Podcast è andata a ripescare nei miei ricordi di adolescente in trepidazione, quella sensazione da cesto picnic che oggi come all’ora dava il via ad un meraviglioso processo creativo.

Quindi dopo qualche giorno nel quale ho dovuto metabolizzare domandandomi se effettivamente potessi essere interessata a capirci un pochino di più, sono tornata dal signor iTunes e gli ho chiesto di presentarmi questi famigerati Podcast.

So, here we are.

Eccomi ancora una volta di fronte a una delle tante facce della comunicazione. Ma chi l’avrebbe mai detto che avrei tratto piacere, motivazione e ispirazione personale proprio da questi sconosciuti che tanto avevo snobbato all’inizio della mia carriera nel digital?

Ascoltare un Podcast è come catapultarti in una stanza nella quale tu sei invisibile, il tuo interlocutore è lì, seduto su uno sgabello con delle cuffie e un microfono radiofonico davanti alla bocca.

Le pareti sono nere e insonorizzate, il pavimento è in parquet di rovere e le luci sono soffuse. Lui parla, ti racconta cose che tu non sapevi e stai lì, ranicchiata a terra a nutrirti delle sue parole mentre lui continua a parlare in questa atmosfera intima e densa che ti fa sentire di star guadagnando davvero qualcosa di importante.

Quindi ecco che la meraviglia della comunicazione torna ancora una volta a far mostra di sé, quanti modi di comunicare a seconda del messaggio che si vuole veicolare? Vero??

Non mi stancherò mai di cercarli e di testarli tutti, almeno questo è quello che mi auguro.

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DIY – Quadro Lavagna

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I dettagli e gli arredi in casa mia sono arrivati prima che arrivassimo noi, nel vero senso della parola. Quando ancora era tutto precario, quando ancora non ci vivevamo, io un bel giorno ho deciso che era il momento giusto per cominciare a decorare casa (QUI trovate l’articolo nel quale vi parlo di questa fase). Tuttavia ci sono cose che richiedono tempo, una di queste  per quanto mi riguarda sono le pareti. Trovare i quadri, le mensole, i suppellettili e soprattutto la giusta disposizione di tutto questo non è sempre semplice, se sei fortunato vieni colto da illuminazione ed in men che non si dica hai le idee chiare su come arredare i muri di tutta la casa, ma il più delle volte non è così…

Ora posso dire, dopo quasi due anni che viviamo in questa casa, di aver capito quanto meno la disposizione dei quadri alle pareti.

Volevo una stampa centrale, posta esattamente sopra la televisione, tuttavia non riuscivo a trovare (e tutt’ora non ci riesco) a trovare quella stampa che come dire… “ne valga la pena”. Però, però… ero stufa di guardare la televisione con quella vastità di bianco che la circondava così ho pensato di realizzare qualcosa di provvisorio e mutevole fino a quando non avrò trovato quello che realmente sto cercando.

Ecco che mi è venuta l’idea di questa lavagna che si crede un quadro, in che senso? Nel senso che ho preso un quadro con una stampa che aveva la cornice delle proporzioni che interessavano a me. Sul vetro ho posizionato dello scotch carta per delimitare l’area da dipingere. Con un pennello mediamente grande a setole morbide e fini (quello da decoupage per intenderci) ho steso della vernice per lavagna. Ho lasciato asciugare una giornata e il giorno dopo ho passato la seconda mano.

La sera era asciutta, così ho eliminato lo scotch carta e con un pennarello di gesso liquido ho realizzato la mia illustrazione…

Perché questa data? E cosa sono queste scritte? Il 13 dicembre del 2014 è il giorno nel quale io e Michi ci siamo sposati, una delle giornate più belle ed importanti della mia vita, per dare i nomi ai tavoli avevamo deciso di usare le canzoni che avevano raccontato nel corso degli anni la nostra storia, le stesse canzoni le abbiamo messe nella playlist che ci ha fatto ballare per tutta quella splendida giornata… ecco il senso di quella scritta, di quella data e di quel disegno.

Il bello di questo”quadro” è che può cambiare tutte le volte che vuoi pur restando sempre lo stesso… Questo per me vale il tentativo!

Spero che l’idea vi sia piaciuta!

Un abbraccio, Sara.

RIFLESSIONI – Ma tu, ce l’hai un’idea?

“Ma tu, ce l’hai un’idea?                                                                                                                                                                                                                                          dai, un’idea originale,                                                                                                                                                                                                                                               non di quelle che trovi sul giornale!
o te le dà il partito…
non perché la ascolti
da uno in televisione,
non perché la senti in una canzone.
un’idea tua,
pensata da te, artigianale
come non si fa più. 
Dai che lo so che ce l’hai,
dai che la vendiamo, dai!
è il momento: non le ha nessuno,
fan tutti finta, son disperati,
tiran fuori bauli usati
con le idee degli anni venti
e dicon che son nuove e intelligenti.
e dai che ce l’hai…”
                                          Stefano Benni

Oggi avevo voglia di condividere un pensiero.

Non è indispensabile avere sempre qualcosa da dire, specie se il tuo pensiero è inconsistente, impalpabile e soprattutto inutile.

Viviamo nell’epoca della condivisione a tutti i costi, bisogna sempre tenere aggiornate le persone rispetto a quello che si sta facendo, quello che si sta mangiando, quello che si sta provando, quello che si sta vivendo. Questo avviene a qualsiasi grado della scala sociale nella quale siamo inseriti, che tu sia un utente privato di Facebook oppure che sia la blogger più “TOP” degli ultimi dieci anni. Non credo ci sia qualcosa di male, lo faccio anche io e, sorpresa… I LIKE IT! Ma perché farlo anche quando non si ha niente da dire?

In questo periodo di boom dei social (penso a YouTube che è in assoluto la mia piattaforma preferita) in tantissimi hanno sentito il bisogno di piazzarsi davanti ad una telecamera e condividere. Bene, BENISSIMO! Ma non credi che in questo mare di gente che propone “cose”, parla di “cose”, istruisce su “cose” sarebbe anche il caso di sforzarsi di proporre contenuti più interessanti di quelli che ci stanno intasando il computer ultimamente?

Lo dico in tutta onestà, da fruitrice sono un po’ stanca di vedere sempre gli stessi video, dove gente si riprende in macchina, mentre fa la spesa, mentre si trucca, mentre si strucca, mentre fa le pulizie… Sei uguale a mille altre, perché io dovrei decidere di dedicare il mio tempo proprio a te?!

Sia chiaro che sto facendo un mea culpa, perché sebbene io critichi questa omologazione dei contenuti ne faccio anche parzialmente parte. Questa cosa mi sta dando molto da pensare, perché in effetti non trovo “sbagliato” condividere un po’ di frivolezze… Quello che mi fa imbestialire è la poca cura nel presentarle. Vuoi fare un video sui tuoi acquisti ai saldi? OTTIMO! Ma fallo bene! Dedicaci del tempo, della cura… Presta attenzione alle luci, all’inquadratura. Scegli con cura le parole che usi e se proprio una non ti viene, spegni la telecamera, PENSACI, valla a cercare e poi riaccendi la telecamera e mostra a chi ti guarda che ci hai speso del tempo e che dai importanza anche al SUO di tempo, quello che ha deciso di dedicare a te, proprio a te!

So che le mie sono parole bacchettone, ma in questo particolare momento storico mi sento di dire che la differenza la faccia proprio questo: la cura.

Un abbraccio un po’ polemico 🙂

Sara